Squisiti, adorabili, straordinari, benefici, ottimi, ricercati, eleganti, versatili, non perdo occasione per metterli nel piatto quando arriva il periodo della loro raccolta. I termini positivi su questi bulbi sono veramente tanti e non potrebbe essere diversamente! Però, accanto a termini come questi,  si affiancano anche tutta una serie di termini meno lusinghieri, rispettabile giudizio di una pur presente minoranza di detrattori. Per i lampascioni, infatti, non si conoscono le mezze misure: o li si ama o li si odia!

I lampascioni restano bulbi misteriosi per la stragrande maggioranza degli italiani, ma è molto probabile che, viste le loro prerogative, se fossero conosciuti meglio, sarebbero certamente amati un pò di più. Sono tipici di zone pianeggianti delle regioni meridionali, Basilicata, Calabria e Puglia in testa.

Rimanendo in Puglia, il Salento è la parte di territorio regionale dove molti si dedicano alla raccolta di grandi quantità. Da queste parti, infatti, è usanza andare in cerca di lampascioni, armati di una particolare zappa a lama stretta, denominata “sirchiarola” o “zappone“. In pratica, si perlustrano terre incolte o adibite a pascolo, una volta individuato il punto, si procede con lo scavo, dando pochi energici e precisi colpi con l’attrezzo definito prima. Questo lavoro di ricerca e raccolta, a volte, può durare diverse ore, sino a quando non verrà riempito una cesta di medie dimensioni. I lampascioni raccolti con tanta fatica e pazienza solitamente vengono portati a casa e qui poi destinate alla preparazione di varie ricette, ma è facile notare piccole rivendite negli incroci di strade comunali.

Definiti anche “cipolline delle serpi” dai contadini della mia zona, nella tradizione culinaria pugliese questi bulbi venivano utilizzati in modo davvero curioso: in pratica, chi faceva uso di pentole in terracotta e qualcuna di essa si crepava, bastava sfregare metà del lampascione sulla parte crepata, ed ecco che la mucillagine contenuta nel bulbo, dopo essersi seccata, fungeva da collante, andando così a risolvere il problema della crepa. Praticamente, quella pentola si poteva riutilizzare ancora per altro tempo. Piccolo particolare questo che, quando mi fu raccontato da mia nonna tantissimi anni fa, beh, rimasi davvero stupefatto!

Il nome è dovuto ad un medico greco di Bisanzio, tale Oribazio, fin dall’antichità molto ricercato per le sue proprietà benefiche per lo stomaco e intestino, e sia per i suoi effetti afrodisiaci, ebbe un posto di rilievo nei trattati di medicina, nonchè nelle diete proposte dai padri della medicina antica, da Discoride Pedano a Galeno. I Romani erano soliti offrirli nei pranzi nuziali come cibo augurale per i suoi poteri afrodisiaci. Questa consuetudine comportava grossi movimenti di tale prodotto sia per mare che per terra ed una conseguente speculazione dei mercanti, tanto da costringere l’Imperatore Diocleziano, nel 301 d.c, a fissare per legge il prezzo di questo bulbo.

I lampascioni, dopo che uno ad uno sono stati ripuliti della terra e delle radici, si tengono immersi in acqua per 24 ore, per consentire loro la perdita del liquido amaro che trasuda dopo che i bulbi sono stati sbucciati e intaccati nella parte inferiore. Successivamente si procede con la bollitura in acqua e aceto con aggiunta di sale; una volta raffreddati, sono pronti per preparare una ricetta.

Anticamente, un modo curioso di cuocerli era di sistemarli sotto la cenere calda, azione questa che veniva eseguita nei caminetti; poi venivano puliti quindi conditi con olio extravergine d’oliva. C’è chi li friggeva per poi condirli con mosto cotto. Antiche usanze culinarie tipiche della cucina contadina povera del meridione che permettevano di gustare appieno tutta la bontà e la genuinità di questi piccoli tesori della natura.

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