I lampascioni sono cipolline selvatiche dal sapore amarognolo. Nonostante questo loro aspetto poco piacevole per il palato, tuttavia restano un preziosissimo alimento per la nostra salute; difatti, non perdo occasione per metterli nel piatto quando arriva il periodo della loro raccolta e vendita sulle bancarelle del mercato rionale, che si svolge tutti i week-end in paese.

A differenza delle comuni cipolle coltivate, però, si raccolgono dopo 4 – 5 anni di crescita. E’ facile trovarli in zone del sud Italia, soprattutto in regioni come Calabria, Basilicata e Puglia.

In Puglia, ad esempio, soprattutto nel Salento, molti si dedicano alla raccolta di lampascioni in grandi quantità. Da queste parti, infatti, è usanza andare in cerca di lampascioni, armati di una particolare zappa a lama stretta, denominata “sirchiarola” o “zappone“.

Si perlustrano terre incolte o adibite a pascolo, una volta individuato il fiore lilla con le lamelle di colore verde che sbucano dal terreno, lì si trova un lampascione, che verrà raccolto, scavando il terreno, dando delle zappate molto energiche e decise.

Il lavoro di ricerca e raccolta, in verità, può durare diverse ore, sino a quando non verrà riempito una cesta di medie dimensioni. I lampascioni raccolti con tanta fatica e pazienza vengono portati a casa e qui poi destinate alla preparazione di varie ricette, dopo averli sfogliati delle tuniche più esterne, lavati, messi in ammollo e quindi bolliti in acqua.

..CIPOLLINE DELLE SERPI!

Questo è il nomignolo con cui alcuni contadini della mia zona usano qualificarli. Nella tradizione culinaria pugliese venivano utilizzati in modo davvero curioso: chi faceva uso di pentole in terracotta e qualcuna di essa si crepava, bastava sfregare metà del lampascione sulla parte crepata, ed ecco che la mucillagine contenuta nel bulbo, dopo essersi seccata, fungeva da collante, andando così a risolvere il problema della crepa.

Praticamente, quella pentola si poteva riutilizzare ancora per altro tempo. Piccolo particolare questo che, quando mi fu raccontato da mia nonna tantissimi anni fa, beh, rimasi davvero stupefatto!

Il nome “lampascione” è dovuto ad un medico greco di Bisanzio, tale Oribazio, fin dall’antichità molto ricercato per le sue proprietà benefiche per lo stomaco e intestino, e sia per i suoi effetti afrodisiaci, ebbe un posto di rilievo nei trattati di medicina, nonchè nelle diete proposte dai padri della medicina antica, da Discoride Pedano a Galeno.

I Romani erano soliti offrirli nei pranzi nuziali come cibo augurale per i suoi poteri afrodisiaci. Questa consuetudine comportava grossi movimenti di tale prodotto sia per mare che per terra ed una conseguente speculazione dei mercanti, tanto da costringere l’Imperatore Diocleziano, nel 301 d.c, a fissare per legge il prezzo di questo bulbo.

PROPRETA’ E BENEFICI DEI LAMPASCIONI

Bulbi preziosissimi, ricchi di flavonoidi, sali minerali, in particolare potassio, calcio, ferro, rame, manganese, vitamina C, B, A e K, una quantità consistente di acqua e fibre, un basso apporto calorico.

I lampascioni sono diuretiche, antinfiammatorie, antimicrobiche ed emollienti. Il buon contenuto di potassio li rendono adatti per regolarizzare i livelli della pressione sanguigna e beneficia anche il colesterolo, che aumenta quello buono e diminuisce la quantità di quello cattivo.

USI IN CUCINA

Dopo che uno ad uno sono stati ripuliti della terra e delle radici, si tengono immersi in acqua per 24 ore, per consentire loro la perdita del liquido amaro che trasuda dopo che i bulbi sono stati sbucciati e intaccati nella parte inferiore.

Successivamente si procede con la bollitura in acqua e aceto con aggiunta di sale; una volta raffreddati, sono pronti per preparare una ricetta.

Anticamente, un modo curioso di cuocerli era di sistemarli sotto la cenere calda, azione questa che veniva eseguita nei caminetti; poi venivano puliti quindi conditi con olio extravergine d’oliva.

C’è chi li friggeva per poi condirli con mosto cotto. Antiche usanze culinarie tipiche della cucina contadina povera del meridione che permettevano di gustare appieno tutta la bontà e la genuinità di questi piccoli tesori della natura.

CosimoC.

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