Sfiziose palline di pasta lievitata, fritte in abbondante olio bollente, tipiche della cucina pugliese.

Si preparano soprattutto nel periodo natalizio e vanno mangiate appena fatte, ancora calde, se vuoi apprezzarne il contrasto tra la morbida pasta interna e la crosticina dorata e croccante che si crea all’esterno per effetto della frittura.

Di solito vengono gustate come antipasto, oppure durante una portata e l’altra.

Le ultime porzioni fritte, però, è solito inzupparle nel miele caldo o vin cotto, per poi essere consumate come veri e propri dolci natalizi. Buonissimi!

Ingredienti

  • 500 gr. di farina 00
  • 4 cucchiai di olio extravergine d’oliva
  • 2 patate a pasta gialla
  • Sale fino
  • 25 gr. di lievito di birra
  • 400 ml di acqua naturale tiepida
  • 1 lt di olio di semi di arachidi per friggere le pettole

Preparazione

  • In una ciotola capiente versa la farina, il lievito sciolto in un po’ d’acqua tiepida, l’olio, il sale e l’acqua.
  • Lavora bene tutti gli ingredienti per almeno 5 minuti fino ad ottenere un impasto morbido. Lascia lievitare finchè non si vedranno apparire sulla superficie dell’impasto le bolle (occorreranno almeno 2 ore).
  • Terminato il periodo di lievitazione, in una padella versa l’olio di semi e fai riscaldare. Quando l’olio diventerà bollente, riprendi l’impasto e, aiutandomi con due cucchiai, preleva un pezzo di impasto, modello un pò con i due cucchiai, poi fai scivolare nell’olio bollente.
  • Fai friggere finchè non assumeranno un aspetto dorato e leggero. Scola l’olio in eccesso e versa su un vassoio foderato con carta assorbente.

Pettole. Una bontà nata per caso!

Frutto verosimilmente, di un errore in cucina, le pettole sono il simbolo della gastronomia salentina sebbene siano presenti sulle tavole di gran parte del Sud Italia dove vengono chiamate anche cuculi, pasta crisciut, popizze, rospitelli, scrpedde e sfingi.

Vanno servite rigorosamente calde o salate, semplici o ripiene, a forma di bocconcino o di ciambella e rappresentano un sostituto del pane o un antipasto abbinate a salumi e formaggi magari accompagnate da un buon bicchiere di vino.

Secondo la tradizione, le pettole compaiono nei menù dei tarantini il 22 novembre in occasione dei festeggiamenti in onore a Santa Cecilia protettrice dei “mesici”, dato che a Taranto segna l’inizio dell’Avvento e i preparativi per il Natale.

Altrove  si è soliti prepararle anche l’11 novembre, per la festa di San Martino, e per l’Immacolata dell’8 dicembre tanto che, in Salento un antico proverbio recita:

<<Ti la Mmaculata la prima ffrizzulata, ti la Cannilora, l’ultima frizzola>>

ovvero, << nel giorno dell’Immacolata la prima preparazione di pettole, nel giorno della Candelora, l’ultima>>

Più in generale, è possibile gustare le pettole durante tutto il periodo natalizio, allorquando familiari e amici si riuniscono alla tavola imbandita per i festeggiamenti.

Si ritiene che il nome “pettola” provenga dalla parola latina “pitta”, che significa “focaccia” sebbene sia possibile rintracciare l’origine etimologica della parola nella leggenda relativa alla loro nascita la quale è giunta a noi in ben tre versioni.

Tre versioni dell’origine di una ricetta nata per caso

La prima narra di una donna tarantina il giorno di Santa Cecilia, dopo aver preparato l’impasto per il pane, lo lascia lievitare troppo a lungo perchè distratta dalla musica dei pastori transumanti abruzzesi che, in quel periodo dell’anno, erano soliti spostarsi regalando la dolce melodia delle loro zampogne in cambio di cibo.

Catturata dall’armonia di quelle note, la donna si allontana per le vie di Taranto e, solo dopo avervi fatto ritorno, potè rendersi conto che l’impasto oramai mal si sarebbe prestato per la successiva panificazione. Non volendolo sprecare, lo ridusse in palline che, una volta tuffate nell’olio bollente, si gonfiarono e dorarono.

Nell’offrirle ai figli questi, dopo averne apprezzato la bontà, ne chiesero il nome; “pettel” rispose la donna, ovvero piccola focaccia, poichè sembravano somigliare alla focaccia che in dialetto locale è detta “pitta”.

Non completamente soddisfatti, domandarono ancora: << E ‘cce sont?>> (cosa sono?) e lei, notando che erano morbidi e soffici rispose: << I cuscin’ du Bambinell>> (i guanciali di Gesù Bambino).

Una volta terminato di friggere le pettole, scese in strada per offrirle anche agli zampognari che avevano reso possibile l’invenzione di questa ricetta.

Una seconda versione della stessa leggenda, narra che fu San Francesco d’Assisi a distrarre volontariamente dalla finestra la donna mentre passava nei pressi della sua casa.

Un’altra ancora riferisce, invece, che la donna fosse in realtà intenta  a parlare con una vicina di casa e non si accorse, se non in ritardo, che l’impasto aveva lievitato troppo.

Al di la delle leggende sia pur molto interessanti, resta il fatto che un tempo il popolo disponeva di poche risorse, nello specifico semplice acqua e farina, e fosse solito festeggiare il periodo natalizio con le frittelle, un piatto considerato ricco e impegnativo, se pensiamo al costo che anticamente aveva l’olio.

CosimoC.

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